LE DOLOMITI: L’EDEN SILENZIOSO DELLE ALPI

di Enrico Andreoli

CORTINA D’AMPEZZO (BL) 4 Maggio 2019

Esiste nell’angolo supremo nord-orientale del Veneto, una catena montuosa che a solo voler proferire l’incipit verbale evoca in noi tutti e nel nostro immaginario quanto di più la Natura potesse elaborare nel suo sapiente e demiurgico operare, dei luoghi dinanzi ai quali ci si pone solamente in ieratica riverenza, accompagnati dall’ammirazione che caratterizza da sempre l’occhio del curioso e bramoso  visitatore.Parliamo delle Dolomiti. Qual è l’origine del nome di tali maestose cime che ricoprono gran parte della provincia bellunese? Per dare risposta al quesito occorre oltrepassare le catene alpine dal lato occidentale piemontese, discendendo in territorio transalpino – precisamente nel villaggio dell’Isere -, e risalire al XVII° secolo, annus Domini 1750. Ivi, il 23 giugno del summenzionato anno, vide i natali tale Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu. Il padre, un nobile con il titolo di marchese, lo destinò ben presto alla carriera militare, la quale oltrechè permettergli di iscriversi all’Ordine dei Cavalieri di Malta (già all’età di 3 anni ad opera del padre), gli consentì di viaggiare e di soddisfare una sua passione scientifica. Ricevette un’educazione classica, dopo la quale si rivolse alla chimica e alle scienze naturali, consacrandosi presto alla geologia. A soli 25 anni, dopo gli studi a Metz dove era di guarnigione, iniziò a lavorare sulla pesantezza nelle miniere della Bretagna. Viaggiò, militando agli ordini di Napoleone, in Portogallo, Malta ed Egitto. Si recò altresì nell’Italia Meridionale e nelle isole, consentendogli di apprendere la geologia, i vulcani ed acquisire una solida reputazione scientifica. Tali competenze nel corso degli anni gli varranno diverse cattedre come quella dell’École centrale (1795), di geologia all’École des mines (1795) e di mineralogia al Museum di Parigi (1901). Dolomieu descrisse molti minerali nuovi o mal conosciuti (il suo scritto più celebre è la Philosophie minéralogique) come l’analcime (volgarmente denominato “occhio di gatto”), lo psilomelano, il berillio, lo smeraldo, la celestite e l’antracite. Ma la notorietà giungerà grazie alle rocce calcaree trovate nelle Alpi – esattamente tra Veneto, Alto Adige e Friuli Venezia Giulia – (nel 1791 pubblica difatti nel «Journal de Physique» un articolo intitolato “Su un genere di pietre calcaree molto poco effervescente con gli acidi e fosforescente per collisione”). Ne mandò alcuni campioni a Théodore-Nicolas De Saussurre (figlio di Horace Bénédict de Saussurre, scienziato ed alpinista ginevrino che organizzò la prima ascesa al Monte Bianco nel 1796) a Ginevra per analizzarli. Lo scienziato elvetico nel 1792 attribuì alla pietra il nome di «dolomia», in omaggio al suo scopritore, in una lettera inviata allo stesso geologo di Isere. La regione alpina interessata verrà chiamata “Dolomiti”, però, in un momento successivo. Nel 1864 il pittore Josiah Gilbert ed il naturalista George Churchill pubblicarono a Londra un libro intitolato “The Dolomiti mountains”, un resoconto dettagliato di escursioni in Tirolo, Carinzia, Carnia e Friuli. I termini Dolomiti e regione dolomitica entreranno nell’uso comune dopo la Prima Guerra Mondiale. Vediamo ora come è composto geologicamente lo scenario dolomitico. Vi sussistono due tipi di rocce, quella (appunto) ‘dolomitica’ – composta da carbonato doppio di calcio e magnesio – e vulcanica. La roccia di ‘Dolomieu’ risulta molto più resistente agli agenti della degradazione meteorica (sole, pioggia, gelo, ruscellamento delle acque) rispetto alle rocce vulcaniche, le quali si alterano ed infrolliscono facilmente, risulta che i pallidi e torreggianti picchi si trovano vicini od emergano dalle verdi valli e dai dolci pendii, dove invece risiedono le scure rocce di origine vulcanica. La dolomia e quasi tutte le rocce della zona in discorso si sono formate in fondo al mare durante quello che viene chiamato “processo litogenetico” (o della formazione delle rocce), differente rispetto al “processo orogenetico”, in cui si ha la formazione delle montagne. Le Dolomiti venete, oggi, si possono rappresentare sotto molteplici aspetti: quello artistico e culturale (gli antichi edifici in legno dei luoghi di montagna, le ville venete della Val Belluno, i percorsi storici della Grande Guerra, il carnevale di Sappada), sportivo (trekking, vie di arrampicata, vie ferrate), enogastronomico, frutto di un’affascinante fusione di influenze venete ed austroungariche (canederli, casunzci, i formaggi Piave e Schiz, il pastin e l’agnello dell’Alpago), sciistico e naturalistico. E ci fermiamo qui al fine di non tediare, altrimenti sarebbe necessaria una carrellata precisa di tutti i suoi angoli prospettici, parimenti forieri di grande dignità. Le montagne ‘dolomiane’, accarezzate, nel lato estivo, da virenti pascoli e boschi, da cieli azzurri e limpidi, dall’arcobaleno delle fioriture e dal rosso intenso delle vette al tramonto, nei mesi più rigidi sfoggiano tutta la loro eleganza nei candidi panorami baciati dal sole e dai suoi giochi di luce. Quei monti che “suscitano nel cuore il senso dell’infinito, con il desiderio di sollevare la mente verso ciò che è sublime” – Papa Giovanni Paolo II dixit – regalano tutt’oggi camminamenti nel silenzio della natura, rivivendo la storia, la cultura e le tradizioni di un tempo. L’elegante e mondana Cortina d’Ampezzo, le chiesette della Val di Zoldo, Pieve di Cadore, luogo di nascita del pittore Tiziano, il fascino della cultura ladina di Arabba e della Val Camelico, le tradizioni germaniche della zona di Sappada. Tutte parti di un meraviglioso mosaico decretato dall’UNESCO ‘Patrimonio dell’umanità’. Sempre più la terra delle spettacolari e pallide montagne di “certe rocce di colore biancastro e piene di cavità contenenti cristalli rombici”, come asseriva il geologo francese, attirano lo stupore dell’umano genere, perché qui, più che in altre parti del mondo si incrociano i vari destini degli abitanti terrestri: la conoscenza dell’immenso e la lotta per la sopravvivenza (come gli eventi bellici ci insegnarono). Ecco il ‘veneto respiro’ sulle cose belle ed infinite.,Le Dolomiti, l’Eden silenzioso e maestoso delle Alpi.

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