CANAPA TESSILE E LA GRANDEZZA DELLA SERENISSIMA

di Wally MASSIMO

Prima di tutto è opportuno chiarire che oggetto dell’argomento è la canapa tessile e non quella psicoattiva, in altri termini quella che la Repubblica Veneta coltivava nei suoi territori in terraferma: Cologna Veneta (in provincia di Verona) e Montagnana ed Este (in provincia di Padova), dopo essersi approvvigionata di tale fibra, per lungo tempo, dai mercati Piemontesi, Emiliano-Romagnoli e del sud Italia. La canapa è una pianta che cresce in modo naturale nelle zone a clima temperato. E però molto resistente e sopporta quindi anche climi diversi. Per la produzione della cosiddetta canapa “da tiglio” la semina è molto fitta. Dopo il raccolto avviene la macerazione e la sfibratura per ottenere la fibra tessile. Il grande vantaggio della canapa è che può essere coltivata a ripetizione sullo stesso terreno dal momento che non lo impoverisce, anzi lo ammorbidisce e soprattutto lo bonifica. L’altezza massima che una pianta di canapa può raggiungere è di sette metri e il raccolto avviene già dopo tre mesi dalla semina. Oltre ai semi, alla fibra tessile estratta rimangono la stoppa e la parte legnosa detta canapolo. Come anticipato sopra, l’epoca d’oro di questa coltivazione, andava di pari passo con lo sviluppo della marineria velica. La produzione di cordame e vele diventava strategica per Venezia nell’alto Medioevo, periodo storico in cui le guerre si combattevano anche sui mari e questa produzione serviva quindi al potenziamento delle flotte. Venezia dovette preoccuparsi della continuità nella produzione di questa fibra e del mantenimento di prezzi concorrenziali. All’inizio lo fece incrementando le importazioni dal Bolognese, dalle Marche, ma anche da territori più lontani. La grande richiesta di questa produzione per corde e vele (unitamente a lino e cotone) si concretizzò in una crescente tensione fra domanda e offerta. Venezia reagì incrementando e riservando la disponibilità di fibre presenti nel suo territorio alla sua cantieristica e consolidando i canali di importazione provenienti dall’Emilia, dalla città di Tana in Ucraina (città sede di un emporio di fibre russe e ucraine), dalle Marche e dal Piemonte. Si giunse a questa decisione, cioè di cercare territori adatti alla coltivazione della canapa nei suoi possedimenti in terraferma, quando fu bloccato l’accesso al Mar Nero a causa delle invasioni turche nel Mediterraneo orientale. Con la caduta di Trebisonda nel 1461 la canapa russa non arrivava più all’Arsenale. In questo modo i produttori bolognesi si trovarono in un regime di quasi monopolio e siccome questo poteva diventare anche un ricatto politico riguardo tutto il nord Italia, Venezia si rivolse alla “canapicoltura nazionale (cioè della Serenissima)”.  Ed ecco che, come sopra anticipato, Venezia mandò nei territori della Marca i suoi esperti per individuare terreni adatti alla coltivazione di tale pianta. Purtroppo la zona del trevigiano non presentava le caratteristiche ideali per questa coltura. Allora si diressero verso quella zona tra il veronese e il padovano (Cologna Veneta, Montagnana ed Este) dove invece la struttura del terreno, oltre alla abbondanza idrica avrebbero consentito uno sviluppo promettente per la coltivazione della canapa. Il Senato applicò in queste zone le migliori tecniche e abilità, all’epoca conosciute, alla canapicoltura. Retaggio di  questo florido periodo sono la Tana di Cologna Veneta (così denominata dalla città emporio ucraina)  edificio ancora visibile e non a caso situata in via Chioggiano, cioè adiacente alla via d’acqua che arrivava, e quindi trasportava il prodotto, a Chioggia nel veneziano. Un’altra testimonianza di tale attività ci viene data da alcuni cognomi tipici della zona, come Canevarolo (che lavorava la canapa), nell’area di Este e Stoppa (cascame della stigliatura della canapa) a Cologna Veneta. Una parola dialettale ancora usata in alcune comunità è la parola “canevazza”, cioè strofinaccio-asciugapiatti.  La tradizione di usarla per telerie domestiche è antica. Le tovaglie di canapa romagnole decorate con stampe di rame nei due classici colori ruggine e verde sono tuttora prodotti dell’artigianato locale. Una nota curiosa racconta che durante il disastroso terremoto, seguito da incendio e maremoto, avvenuto nel 1755 che distrusse la città di Lisbona, descritto anche da Voltaire, le uniche navi in porto che non ebbero le gomene distrutte furono quelle della nave dell’ammiraglio veneziano. Questo a riprova dell’ottima qualità della canapa coltivata in queste zone che appartennero al territorio veneziano di terraferma per circa quattrocento anni, e cioè fino alla caduta della Serenissima nel 1797 in seguito all’occupazione francese. Fino al 1883 il 75-90% della carta di tutto il mondo era prodotta dalla fibra di questa pianta, e con questa si producevano, libri, bibbie, mappe, banconote e altro. La Bibbia di Gutenberg del 1450 circa fu stampata su carta di canapa. La sua produzione terminò negli anni cinquanta con l’arrivo sul mercato delle fibre artificiali e con l’impiego del legno nella produzione della carta. Nel 1975 fu inasprito il divieto di coltivazione della canapa a causa della coltivazione della canapa indiana, diversa in contenuto di THC (tetraidrocannabinolo) che ha originato equivoci. Per questa ragione la sua coltivazione cessò.  L’Europa con vari decreti di cui l’ultimo del 2000 ha reso possibile l’adeguamento delle autorità competenti italiane alle direttive europee.  Da allora si è iniziato a reintrodurre la coltivazione della canapa tessile in Italia. Esistono già realtà funzionanti e anche in Veneto la Coldiretti ha depositato in Consiglio Regionale una proposta di legge, per promuovere e sostenere le coltivazioni della canapa.

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