Grandi Navi via dalla Laguna di Venezia

ROMA.  Si è tenuto al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti un incontro tecnico con i rappresentanti delle maggiori compagnie crocieristiche sul tema Venezia e Grandi navi. Lo rende noto il Mit in un comunicato. Durante l’incontro si è registrata unità di intenti sulla necessità di spostare le grandi navi fuori dalla laguna. «Anche oggi il governo gialloverde di fronte al nodo dell’allontanamento delle grandi navi dal Bacino di San Marco ha pronunciato la fatidica espressione ‘analisi costi/beneficì. Ciò significa voler rinviare il problema, buttare la palla avanti, senza assumersi la responsabilità di decidere». Lo afferma Nicola Pellicani del Pd in replica alla risposta del governo alla sua interpellanza nell’Aula della Camera. Tutto il mondo ci guarda, l’Unesco ha minacciato di togliere Venezia dall’elenco dei siti patrimonio dell’umanità ma anche oggi il governo ha confermato il suo disinteresse per il futuro di Venezia. Ogni anno, in particolare da aprile ad ottobre, passano davanti a San Marco 600 navi da crociera, ovvero 1.200 transiti di grattacieli galleggianti che oscurano la città. Oggi abbiamo scoperto che sul tavolo del Ministro sono arrivate 13 ipotesi di localizzazione per un nuovo terminal crocieristico. Si tratta della documentazione che il «Ministro alla Confusione» Danilo Toninelli aveva richiesto all’Autorità Portuale nel novembre scorso, chiedendo la produzione di schede sintetiche esclusivamente relative alle diverse soluzioni emerse finora per spostare il terminal crocieristico al di fuori della laguna. Ciò significa che la soluzione di Porto Marghera, che l’Autorità portuale, su incarico dell’ultimo Comitatone, avrebbe dovuto approfondire, è definitivamente tramontata? Il governo non risponde e come sempre è diviso al suo interno. Da una parte il «partito del fare», rappresentato dal viceministro Edoardo Rixi, si è dichiarato favorevole al terminal di Porto Marghera, dall’altra il «partito del non fare» e il Ministro Toninelli che prima si era dimostrato anch’egli favorevole, per poi cambiare idea. È il solito gioco delle parti, che tiene in ostaggio il Paese, senza decidere alcunché, bloccando qualsiasi opera infrastrutturale», conclude.

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