VENEZIANO: L’INGLESE DEL MEDIOEVO

 di Enrico Andreoli

 VENEZIA 8 Luglio 2018
«Se ti vedi el Gran Turco, parlighe in venezian».Tale era l’adagio che si poteva udir proferire nella Istanbul del ‘500, luogo in cui ambasciatori ed interpreti, non solo provenienti dalle lande italiche, sovente facevano ricorso alla lingua della Laguna per comunicare con il Sultano. Ebbene sì, il veneziano era «l’inglese del medioevo» e per molti secoli lo sarebbe rimasto ancora, battagliando con l’idioma al di là della Manica. Il motivo di siffatta sorprendente asserzione è presto rivelato. La progressiva ed inevitabile affermazione della Serenissima nel Mediterraneo orientale aveva cagionato di repente una diffusione estesa del ‘parlato delle calli’, il quale non solo veniva conversato e scritto nelle colonie direttamente amministrate da Venezia (quali Zara, le isole Ionie e Creta) bensì nei territori confinanti, come quelli ricompresi nel mondo ottomano. Un osservatorio straordinario per una ricostruzione del dominio filologico in discorso è rappresentato dalla summenzionata Zara, ove si situa il più grande archivio medievale, dopo quello di Dubrovnik (nome odierno della antica Ragusa). Qui due ricercatori, Diego Dotto del CNR dell’Opera del Vocabolario Italiano, e Nikola Vulotic, docente di linguistica romanza nella locale Università, sono al lavoro su circa una trentina di testi del ‘300 (per precisione inventari di beni e testamenti lasciati da mercanti zaratini). «Scrivevano in veneziano, o per lo meno in una lingua italo-romanza con inserzioni croate che aveva di base il veneziano» affermano «(…) non esattamente quello dei giorni nostri». La seta, ad esempio, era «sida», divenuta «seda». Il mese, «misi», il comandante delle navi era «patruno», poi «parón». Moltissimi vocaboli di origine ‘dogiana’ sono passati al croato, all’albanese, al greco, all’arabo e al turco. Ne è testimonianza il fatto che ancora oggi i vacanzieri veneti in Grecia si imbattono in termini rimembranti in modo inequivocabile la loro terra (karekla «sedia», katsavidi «cacciavite» fino a ‘pirouni’, il quale nel dialetto greco di Cipro indica la «forchetta», il veneziano pirón). «E’ evidente il fatto che il veneziano fosse la vera lingua vissuta e riconosciuta come internazionale nel plurilinguismo medievale» ribadiscono Dotto e Vulotic. Il mare, con i suoi traffici, fu a lungo il luogo dove la lingua della Laguna spopolava, come a Rodi in mano ai Cavalieri di San Giovanni, i quali, provenendo da ogni angolo d’Europa utilizzavano sempre il veneziano. Un’egemonia che – come detto – contagiò altre culture. Il menzionato Sultano di Costantinopoli per i veneziani era il “Gran Signor” e tracce ne sono rimaste nel mondo francofono, anglosassone e turco. Altresì nell’emisfero arabo; testimonianze ne sono custodite nella Moschea di Damasco, di difficile consultazione a causa della persistente situazione bellica della regione. Vi è in realtà una grande quantità di tracce disseminate in tutto il bacino mediterraneo, come emerso dal primo convegno sul tema tra storici, linguisti, medievisti e filologi, svoltosi all’Università Ca’ Foscari nel dicembre 2015. Alcuni documenti nel 1307 riguardano gli indennizzi versati dalla Repubblica per i danni provocati al regno armeno. Il testo appare come un misto di veneziano («e questa sì è la domandason de lo re de Armenia»), contaminato di latino o greco e termini esotici. Vi è poi il resoconto del 1311 sull’armamento di cinque galere di Carlo di Valois, lasciate in deposito a Venezia, redatto in un francese zeppo di venezianismi come «masceli» (masteli), «manece» (le manere, vale a dire le accette) e «rimon» (il timone). Ma il veneziano, da buon navigante, era anche importatore di parole e suoni, fungendo da linea invisibile con il mondo arabo-musulmano e levantino. Parole come «dogana», «fondaco» e «zecca» rivelavano la sua funzione di ‘mediatore’, contendendosi la paternità di alcuni lemmi strategici come nel caso di «cala» o del «calare le vele», di rivendicazione suppostamente catalana. In un mondo medievale così gravido di intrecci e di prossimità emerse pertanto il sigillo della Serenissima, il cui rinomato lessico circolava divenendo “paròn” della navigazione, degli scambi commerciali e della diplomazia. Ogni mercante, marinaio, uomo d’affari, ambasciatore o abitante di una città portuale lo maneggiava ed intuiva per farsi comprendere l’idioma prodromico dell’omologo britannico e conseguente di Roma. Il «Sir» di oggi è il «Sior» di ieri.
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