DA CLINTON A CLINTO (O CRINTO)

di Wally MASSIMO 

Da metà dell’Ottocento, in Veneto, i vigneti subirono una gravissima decimazione a causa di tre gravi infestazioni. Nel 1850 un fungo, lo oidio, fa la sua apparizione tra i nostri vigneti (da allora alcuni viticoltori piantano in testa ad ogni filare una pianta di rose, ed essendo queste precocemente attaccabili dallo oidio fungono da sentinelle). Tra il 1870 e il 1880 arriva il secondo fungo, la peronospora e tra il 1880 e il 1890 arriva un insetto la fillossera. E in questo periodo che si individua come soluzione l’innesto delle nostre viti su piede (leggi radice) “americano”, in pratica su vitigni americani ibridi o puri, resistenti alla fillossera. La varietà introdotta più diffusa era il Clinton (dal nome del suo selezionatore). Con questo innesto il collegamento radice e parte aerea era interrotto essendo il vitigno non attaccabile dalla fillossera. In questo modo si salvarono i nostri vitigni. Si cominciò anche a coltivare e vinificare, da piante non innestate, il “clinto” (crinto in zona veronese). Da questo vitigno, allo stato originale, si ottiene un vino dal colore violaceo, con contenuto di tannini molto elevato (le cui macchie sulle tovaglie erano la disperazione delle nostre nonne), un forte profumo fruttato e un inconfondibile sapore chiamato “volpino” (foxy in inglese). La diffusione di questi vitigni ibridi, troppo spesso considerati la soluzione nazionale al problema, portarono ad una sovrapproduzione di viti scadenti che potevano rappresentare un pericolo per la qualità del prodotto. Questo fu il motivo per cui fu emanata la legge del 23 marzo 1931, n. 376 che vietava “la coltivazione dei vitigni ibridi” e il loro commercio. Il divieto riguardava in modo particolare le viti di clinto e di bacò (vitigno originario della Francia); la legge non riguardava la vite Isabella (fragola). Pochi anni dopo la legge del 2 aprile 1936, n. 729 estendeva il divieto di coltivazione anche alla vite Isabella (fragola) ammettendo però la sua coltivazione allo scopo di produzione di uva destinata al consumo diretto e cioè sia il consumo come uva da tavola sia la sua vinificazione. Queste norme non furono mai osservate con rigidità dai coltivatori. Fu così emanata un’altra legge ne1 965 (art.22 del D.P.R. del 12 febbraio 1965, n.162) che proibiva la vinificazione di uve diverse dalla “vitis vinifera”. A seguito delle proteste dei coltivatori fu emanata un’altra legge (6 aprile 1966 n. 207) che correggeva in modo favorevole la precedente, per quanto riguardava l’uva fragola. Con questa legge viene autorizzata la coltivazione della vite labrusca (fragola), senza nessuna limitazione, al fine di vinificarla e di venderla come uva da tavola. Attualmente essendo il vino un prodotto della “vitis vinifera”, il derivato del vitigno dell’uva fragola viene chiamato solo “fragolino” o “bevanda a base di uva fragola. A fare definitiva chiarezza arriva la normativa europea (n. 822 del 1987 e n. 1493 del 1999 che specificano che le viti non vinifere quali ll clinto, il bacò e la Isabella dovevano essere estirpate, tranne nei casi in cui la produzione fosse destinata esclusivamente al consumo familiare.  Esistono ancora però produttori storici, in particolare a Villaverla (Vicenza), dove ogni anno a Villa Ghellini si tiene una festa dove viene premiato il miglior Clinto. Particolare menzione merita una frazione di Veronella, Miega, in provincia di Verona per aver istituito nel 1997  la sagra del vino Crinto (come viene chiamato nel veronese), con cadenza annuale, collegandola alla celebrazione della Madonna del Rosario, all’inizio di ottobre.  Questo “salvataggio” fu possibile grazie ad un funzionario dell’Ulss, il dottor Arnaldo Tomba e a Luciano Ruggin presidente dell’associazione per Miega. Bastò cambiare la dicitura da sagra del vino Crinto a sagra del Crinto. La buona notizia è che questo figlio della tradizione della pianura veneta, a breve potrebbe non essere più considerato proibito grazie ad un artifizio proposto dal commissario comunitario all’Agricoltura. Concludo citando con il ricordo olfattivo di proustiana memoria, di quando alcuni di noi in visita alla casa in campagna dei nonni si divertiva a saltare per cogliere un acino per salto da quel odoroso grappolo che si chiamasse fragolino clinto o bacò che pendeva da sotto l’ombreggiata pergola che dava sull’orto nel retro della casa.
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